L'intervista di Federica Cabras

SdS, gennaio 2022

Emma Fenu

«Scrivere mi ha salvata e mi salva»: la parola alla scrittrice e studiosa Emma Fenu

L’Isola – con le sue tradizioni arcaiche, le sue credenze antiche, le sue sfumature talvolta cupe come le notti senza luna e la sua lingua aspra – le scorre nelle vene più del sangue. Sebbene lontana, è più vicina a questa terra di chi ne percorre le strade ogni giorno. 
«Sono fatta di sole e di neve, di coste a strapiombo sul mare e di spiagge immacolate, di aurore ventose e di notti stellate, di miele e di mosto, di nenie e di lemmi declinati al femminile. Comunico gettando ponti levatoi di parole, incurante della tempesta, e impasto i ricordi di epoche mai vissute con la farina del futuro.» 

 

Si parla di Emma Fenu, scrittrice, studiosa e insegnante originaria di Alghero. Oggi in Danimarca per questioni lavorative legate al marito, parla spesso della folle mancanza per il posto nel quale ha lasciato il cuore. E della grande battaglia che combatte ogni giorno. Ma vediamo più nel dettaglio.

Emma Fenu, studiosa di storia delle Donne, insegnante di scrittura creativa e emotiva e scrittrice all’estero: ti manca l’Isola? Ritorneresti? Se sì, a quali condizioni – se ce ne sono?

Io sono un’Isola, figlia e madre di Isola. La Sardegna mi vive dentro, mi scorre fiera e indomita nel sangue e, attraverso me, racconta una storia infinita, dipanata in generazioni, vento, sabbia, sole, granito e neve.
Mi manca la mia terra, ma l’espatrio è un’occasione di crescita, di arricchimento, di confronto della propria sacra identità con la preziosità della differenza. Forse ritornerò fra pochi anni, se si presenteranno offerte lavorative. O forse ritornerò con i capelli bianchi e i passi sulla sabbia che metro dopo metro, diventeranno meno incerti, fino a fondersi: pelle nell’acqua, ricordi nei sogni.

Quanto metti della Sardegna nei tuoi libri?
 
Tutto. Ma è la mia Sardegna, il mio sentire, il mio ritornare, il mio ricordare, il mio commuovermi, il mio creare storie sul teatro dell’Isola reale e metaforica, in un’osmosi di me, terra e mare.


Hai mai pensato di ambientare un tuo romanzo fuori dall’Isola?

Sto scrivendo il mio quarto romanzo: una storia ispirata a fatti accaduti. Ancora una storia di Donne intrisa di mistero, di spiriti, di magia, di maternità, di emancipazione, di rinascita. 
Pensavo di ambientarlo ancora in Sardegna, ma il Nord Europa con le distese innevate, i boschi di folletti, le acque ghiacciate, le fiabe tristi, i cieli neri si è intrecciato con i racconti del focolare, con le tempeste di sabbia, con i dolci di miele e mandorla, con il maestrale che mi insegue lungo vie del borgo catalano dove ho corso, bambina, percorrendo millenni di dominazioni in un gioco.
Ne emerge un luogo reale ma solo mio, mio nel ventre, come un figlio.
Le spose della Luna” è stato accolto molto bene dai lettori. Cosa ha significato per te scriverlo?

La protagonista, Franzisca, ispirata alla bandita sarda Paska Devaddis, ha molto di me se non nel vissuto, nell’ardore del vivere. Ma tutte le donne che prendono voce, in prima persona, mi hanno permesso di calarmi negli abissi oscuri della mia anima, nella paura, nello sconcerto, nella ribellione, nella rabbia, nel coraggio ferino di chi non abbassa lo sguardo. Mai. 

Tu parli spesso del tuo desiderio di maternità, ostacolato dall’endometriosi. Ne parli in Vite di Madri, che raccoglie storie vere di donne che hanno avuto gli stessi tuoi ostacoli, e ne parli anche in molti video YouTube e in post sui social. Che messaggio vorresti lanciare alle persone che sono nella tua stessa situazione? Fa male parlarne o è una sorta di aiuto al dolore?

“Non credo che tu sia la persona in grado di guarirmi dalle ferite interiori; ma forse, in questa fase della mia vita, non ho tanto bisogno di un medico quanto di una persona che abbia una ferita simile alla mia.” 

David Grossman

Con questa citazione si apre il mio primo romanzo – inchiesta, Vite di Madri. Storie di ordinaria anormalità, scritto ormai molti anni fa, quando la ricerca di un figlio era ancora all’inizio, quando il dolore cercava un nome e un volto. Scrissi su un forum a tema un messaggio in cui invitavo altre donne infertili a raccontarsi a me: raccolsi 153 testimonianze che rielaborai in 13 storie.
Fa male parlarne e scriverne, ma è un dolore maieutico, che conduce a partorire se stesse, a metabolizzare il dolore, a condividerlo e a maturare una sana forma di distacco introspettivo. Scrivere mi ha salvata e mi salva, per questo, oltre a insegnare scrittura creativa, ho integrato i miei studi letterari e filologici con competenze di counseling, proprio per poter dedicarmi anche a corsi di scrittura emotiva intesa come cura di sé. 

So che nella tua visione del mondo ogni donna, anche coloro le quali non hanno partorito – per decisione o destino –, son madri. Questo è un concetto che mi piace molto, nel quale mi rivedo, pur non essendo a mia volta madre. Potresti spiegare ai lettori?

Siamo Donne, madri, dee dal ventre capace di accogliere e generare sogni, idee, progetti. E di dare la luce a compagni, amici, genitori. Perfino a noi stesse.

 
Una volta mi dicesti che la tua vita è comunque completa, che sei felice nonostante il desiderio di essere madre nacque in te quand’eri molto giovane. È stato un percorso di accettazione lungo e tortuoso o sei per carattere positiva?

Io ho un carattere complesso: sono solare, determinata, positiva, reattiva. E, al contempo, terribilmente malinconica, profonda, sensibile. 
Vivo nel percorso, o nel viaggio, e mi evolvo, a volte cado e poi mi rialzo, a volte danzo sotto la pioggia e altre cerco rifugio nell’ombra. 
Mi sento completa, viva e di vita affamata e, dunque, felice. Come chiunque altro viaggi e vibri intensamente, mamma o meno.

Cosa diresti a chi invece si ammala di depressione per questo motivo?

Ognuno ha la propria sfida, questa è la nostra. Non c’è colpa né nell’essere infertili né nell’essere depresse. In un modo o nell’altro si rinasce, non abbiate paura.

In generale, io penso che questo modo di pensare sia applicabile a diversi aspetti. È un po’ come dire: in un modo o nell’altro, ognuno di noi ha un suo percorso e spesso la via non è quella che si vorrebbe, ma si deve accettare. Tutto questo mi fa pensare a una massima: la persona felice non è quella che ha tutto, ma quella che decide di trarre il meglio da quello che ha. La pensi come me?

Se trai il meglio da quello che hai, hai tutto.
Se trovi il tuo dono, hai il potere di essere felice.
Se sai cambiare i tuoi sogni, niente potrà derubarti della gioia della conquista.

La domanda che non ho fatto è...?


“Quali sono i tuoi progetti imminenti?”

Sono tantissimi. 
Sto tenendo un seminario storico, letterario e antropologico intitolato Voce alle Donne, dunque. E finalmente: un viaggio in cui il tempo si riassume nel cerchio della Luna. 
Ci fu un tempo in cui il silenzio imposto fu violenza psicologica e fisica e la voce fu ribellione, maledizione e follia. E questo tempo un giorno culminerà in bagno di sangue sacro, non in quello delle vittime che ogni 25 novembre ci fermiamo a ricontare. Alcune scrittrici contemporanee operano in questi anni, in questi mesi, una riscrittura della storia ufficiale, del mito, della letteratura: da Circe alle Troiane, a Penelope, a Medea, a Medusa ad Antigone, fino a streghe, a mistiche, a regine, a monache, pazze e criminali, passando per fiabe, poesie, immagini, espressioni artistiche, si mette in luce il punto di vista delle donne, dimenticate e ridotte a tacere. Voce alle donne, dunque. E finalmente.
Ma non solo: sto tessendo le reti di appassionanti eventi contro la violenza di genere, di convegni, conferenze, presentazioni di libri, spettacoli di parole e musica, laboratori, concorsi per poesie e racconti, festival letterari, viaggi di gruppo… in tutta Italia e non solo. E in Sardegna, naturalmente.